Trombofilia genetica: quando eseguire l’analisi del DNA

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Terzo appuntamento con la rubrica a cura del dottore Sebastiano Bianca e della dottoressa Chiara Barone, specialisti in Genetica Medica che svolgono la professione nelle sedi BGenetica di Catania, Siracusa e Gela. Saranno tanti gli argomenti che saranno trattati con lo scopo di aiutare i lettori a chiarire molti dubbi sul mondo della Genetica.

La trombofilia ereditaria è definita dalla presenza, in un individuo, di anomalie congenite nella coagulazione in grado di conferire un aumento del rischio di insorgenza di eventi trombotici nel distretto venoso e/o arterioso. L’evento trombotico può riconoscere meccanismi e fattori di rischio differenti in relazione al distretto vascolare. I fattori di rischio possono infatti essere sia congeniti che acquisiti.

Trombofilia venosa

Il tromboembolismo venoso (TEV) si presenta con una incidenza stimata intorno a 1-3 eventi ogni 1000 individui/anno ed è da considerarsi una patologia multifattoriale, legata cioè all’interazione tra fattori ambientali, genetici e comportamentali.

In letteratura scientifica, i fattori di rischio per il TEV sono stati ampiamente studiati giungendo a caratterizzare: fattori di rischio fisiologici, quali ad esempio l’età e la gravidanza; fattori di rischio connessi a patologie intercorrenti, quali ad esempio traumi, interventi chirurgici maggiori, neoplasie; terapie farmacologiche, quali chemioterapici, terapia ormonale sostitutiva, terapia con estroprogestinici.

Soggetti che presentano fattori di suscettibilità genetica, in presenza di uno dei citati fattori di rischio, mostrano un significativo aumento di TEV. In presenza di fattori di rischio genetici si osserva inoltre la presenza di ricorrenza degli eventi all’interno delle famiglie.

Trombofilia arteriosa

Gli eventi trombotici arteriosi (infarto miocardico e ictus ischemico) rappresentano la prima causa di decesso nei paesi industrializzati. I dati della letteratura a oggi disponibili sull’associazione tra la presenza di mutazioni nei geni del fattore V Leiden e del fattore II sono in parte discordanti.

Aspetti genetici

Da alcuni anni sono state identificate due mutazioni, una a carico del gene che codifica per il Fattore V di Leiden e una a carico del gene che codifica per il Fattore II (o Protrombina) della coagulazione. Questi, allo stato eterozigote, hanno una elevata prevalenza nella popolazione generale (2-5%) e si associano a un modesto aumento del rischio di TEV mentre allo stato omozigote o di doppia eterozigosi si associano a un rischio di TEV elevato e paragonabile ai deficit delle proteine anticoagulanti naturali antitrombina, proteina C e proteina S.

Criteri di accesso al test genetico per la trombofilia

La valutazione degli studi della letteratura e delle Linee Guida Nazionali e Internazionali ha permesso di creare dei criteri di accesso al test genetico per la trombofilia.

Tali criteri sono stati inseriti anche nel PDTA (Percorso Diagnostico-Terapeutico-Assistenziale) sui disordini ereditari trombofilici della Regione Sicilia che di seguito integralmente riportiamo:

– insorgenza dell’evento trombotico in età giovanile (< 50 anni);

– trombosi idiopatica (in assenza di fattori di rischio);

– pazienti con storia familiare fortemente positiva per episodi trombotici ricorrenti in assenza di fattori scatenanti;

– trombosi recidivanti;

– trombosi venose superficiali recidivanti;

– trombosi in sedi non usuali (esempio: seni cerebrali, circolo splancnico);

– in pazienti adulti che sviluppano necrosi cutanea durante terapia orale con antagonisti della vitamina K dovrebbero essere valutati per eventuale deficienza della proteina. C o S una volta che il trattamento con VKA è stato sospeso,

– sindrome da anticorpi anti-fosfolipidi” quando si manifesta con episodi di trombosi arteriosa soprattutto se questi si manifestano in giovane età e in assenza di fattori di rischio;

– porpora fulminante neonatale dopo avere escluso malattie neoplastiche e malattie autoimmuni;

– fratture o infrazioni ossee (specie del bacino, non sempre evidenti) se in anamnesi è presente trauma;

– malattie infiammatorie intestinali;

– trombofilia acquisita (anticorpi antifosfolipidi;

– poliabortività.

Consulenza genetica

Secondo quanto previsto dalle normative (nazionali e/o regionali) in relazione alla prescrizione di test genetici l’esecuzione del test genetico per trombofilia deve essere sempre preceduta dalla consulenza genetica pre-test e deve essere sempre seguita dalla consulenza genetica post-test con consegna di una relazione scritta

Dopo aver confermato il disordine ereditario trombofilico nel paziente si può estendere la ricerca dello stesso ai familiari diretti in modo da attuare adeguate misure di prevenzione primaria nei soggetti portatori. Lo screening dei familiari non si applica abitualmente ai bambini, che potrebbero essere testati a partire dall’età adolescenziale.

Elemento essenziale per la diagnosi di disordine ereditario trombofilico raro è la diagnosi di portatore di deficit di antitrombina, proteina C, proteina S, di omozigosi per il fattore V Leiden, omozigosi per la protrombina (G202l0A) o anomalie combinate (eterozigosi contemporanea per Fattore V Leiden e Fattore II).

In tali casi è possibile rilasciare, da parte dei Centri di Riferimento per Malattie Genetiche Rare, un codice di esenzione (RDG020) per l’esecuzione di alcuni controlli di prevenzione.

Per ulteriori approfondimenti puoi contattare i genetisti di Bgenetica o, qualora dovessi rientrare in una delle condizioni prima illustrate, valutare la possibilità di eseguire una consulenza genetica. Se hai dei quesiti i genetisti di Bgenetica sono pronti a risponderti inviando il tuo quesito a [email protected]